Eric Hobsbawm

ottobre 16, 2012 § Lascia un commento

 cesare pianciola

Il 1° ottobre, all’età di 95 anni, è morto a Londra Eric Hobsbawm. Era nato nel 1917 a Alessandria d’Egitto, da una famiglia ebraica. Aveva conservato in vecchiaia una ammirevole lucidità, come si vede dalle interviste anche recentissime che troviamo su Youtube e in quella rilasciata all’Espresso nel maggio di quest’anno. Qui constatava realisticamente l’esistenza di molti capitalismi differenti pur nella globalizzazione e rilevava come la crisi sia quella dei paesi occidentali, e non di Brasile, Russia, Cina, India; analizzava in sintesi i caratteri del capitalismo di stato in Cina; e, rispondendo alla domanda «In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?», terminava «Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società».

Amaro e sereno il vecchio Hobsbawm, uno storico abituato a guardare le cose sul filo dei secoli. A lui dobbiamo il magnifico affresco dal Settecento ai giorni nostri che si è sgranato da Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848, Il Saggiatore, 1963, a Il trionfo della borghesia. 1848-1875, Laterza, 1976, a L’Età degli imperi. 1875-1914, Laterza, 1987, al più discutibile Il secolo breve, 1914-1991, Rizzoli, 1995. Più volte ristampati, si trovano sul mercato librario in edizioni economiche, insieme a molti altri suoi studi dedicati alla storia sociale e alle vite degli uomini e delle donne delle classi subalterne, gente “comune” che invece non è tale, e a una specie di trilogia pubblicata da Einaudi su banditi, ribelli e rivoluzionari. Fu importantissimo Nazioni e nazionalismi. Programma, mito, realtà, 1990, per capire come nella modernità si costruiscono miti e tradizioni (fondamentale in questo senso L’invenzione della tradizione, Einaudi 1983). Pieno di interessi, Hobsbawm era anche un appassionato di jazz, su cui scrisse con uno pseudonimo molti articoli e, con il suo vero nome, una storia sociale di questa forma musicale.

Hobsbawm era uno storico marxista. Non solo. Gli anni passati a Berlino durante la crisi del ’29 e l’ascesa del nazismo «fecero di me un comunista a vita», ha scritto nell’autobiografia Anni interessanti e, quando nel 1933 raggiunse gli zii in Inghilterra, si iscrisse a Cambridge al Partito comunista britannico rinnovando la tessera fino alla estinzione del partito. Molti recensori dell’autobiografia e del Secolo breve gli hanno rimproverato le reticenze e la comprensione “storicistica” di troppi aspetti della vicenda sovietica, stalinismo compreso. Lui rispondeva che «I partiti comunisti non sono per i romantici», giustificazione molto debole, che rimanda a una reverenza nei confronti della “realtà effettuale” che di solito non è nel suo stile di pensiero. Come ha scritto Perry Anderson, sono compresenti in lui la identità del militante e quella dello storico (con qualche interferenza negativa della prima sulla seconda). Dopo il 1956 si sentì molto vicino al Partito comunista italiano ed ebbe sempre una particolare ammirazione per il patrimonio ideale lasciato da Gramsci.

L’ultimo suo libro è la raccolta di sedici scritti su Marx e il marxismo (Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo, 2011, riproposto ora nella BUR). Comprende saggi già editi – in gran parte tratti dalla Storia del marxismo Einaudi – e scritti nuovi o non tradotti prima in italiano. Hobsbawm conclude il primo, Marx oggi,affermando: «Non possiamo prevedere le soluzioni ai problemi che il mondo deve affrontare nel XXI secolo, ma se si vuole avere una chance di successo bisogna porre le stesse domande che si pose Marx, rifiutando al contempo le risposte dei suoi vari discepoli». Non rende giustizia al libro l’allineamento in copertina dei faccioni di Marx, Engels, Lenin, su uno sventolare di bandiere rosse, come nelle parate sovietiche. Hobsbawm, nonostante i suoi limiti, era lontano dalle parate e da qualsiasi culto della personalità. Anche di quella di Marx, che collocava nel suo tempo e del quale faceva – come nel saggio scritto nel 1998 per il 150° anniversario del Manifesto del partito comunista – serenamente il bilancio dell’attualità e inattualità, come di un classico. Un classico del pensiero diceva Bobbioappartiene al passato, ma lo ha interpretato in modo così pregnante che ancora oggi non ne possiamo prescindere, per cui ciò che ha detto fa ancora parte del nostro paesaggio mentale seppure in senso diverso dal significato che le sue proposizioni avevano quando l’autore le enunciava.

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